Uno spirito nomade anima la cucina
di Bulgari
La
tradizione accompagna l’inedito lasciandosi interpretare
dall’eclettismo di Elio Sironi, cuore pulsante della
cucina del Bulgari Hotel di Milano
Non
è la prima volta che incontriamo Elio Sironi,
executive chef del Bulgari Hotel & Resorts di
Milano, eppure la sua energia, la sua freschezza e
il suo entusiasmo colpiscono sempre. Perché è un
personaggio carismatico, affabulatore e innamorato
del suo lavoro. È un fiume in piena, sempre pronto
ad una nuova sfida, con se stesso e con gli altri. È
il direttore d’orchestra della sua cucina, e i suoi
ragazzi – che sceglie personalmente e con i quali ha
un rapporto molto stretto – lo seguono a tempo, ogni
giorno, per una sinfonia perfetta. La sua cucina,
che si ispira alla tradizione italiana, è
interpretata in chiave contemporanea con piatti
semplici ma arricchiti secondo i dettami dell’haute
cuisine e realizzati con il meglio delle materie
prime e con le tecniche di cottura più avanzate.
Come gli spaghettini di semola agli scampi con salsa
carbonara e zucchine, dove il dolce affumicato del
sugo si contrappone al gusto speziato e leggermente
piccante del pesce; il bollito di crostacei in acqua
speziata, bottarga di muggine e salsa verde o il
risotto vaniglia e limone con erbe fini e pecorino
mezzano. Il tutto esaltato dalla bellezza del posto.
L’hotel – immerso in un giardino privato di 4.000 m2
adiacente all’Orto Botanico, nella zona culturale e
commerciale di maggior prestigio della capitale
lombarda – è moderno, elegante e minimalista. Il
design degli interni, contraddistinto da linee pure,
i cromatismi raffinati, ottenuti grazie all’uso di
materiali pregiati quali il granito nero, il legno
di tek birmano, il bronzo, lo rendono un ambiente
accogliente. Anche lo spazio del ristorante
sorprende per l’inedito accostamento del soffitto
lenticolare sospeso all’ampio bancone ovale in
resina nera che domina la sala affacciandosi sulla
terrazza e lounge del giardino. Ci sediamo in un
angolo del ristorante dove ha luogo la nostra lunga
chiacchierata, terminata in cucina davanti
all’esecuzione dei piatti che Elio ha studiato per
noi…
Poche parole per descrivere te stesso e la tua
cucina.
Sono una persona semplice, umile e innamorata del
suo lavoro. Se vent’anni fa potevo nutrire qualche
dubbio ora sono certo che non potrei essere altro,
se non chef. Adoro la mia professione, le fatiche e
le soddisfazioni che riserva, sia individualmente
che collettivamente.
La cucina d’albergo è diversa da quella del
ristorante, è allenamento e formazione a 360 gradi.
Vuoi spiegarci meglio?
Non è solo il servizio del mezzogiorno e della sera,
qui non si stacca mai: notte e giorno il cliente
deve essere accontentato. Ho iniziato la mia
carriera prima come cameriere e poi come
pasticciere, in piccoli ristoranti locali, ma solo a
Villa d’Este o all’Hilton di Milano ho scoperto
l’esistenza di un mondo completamente diverso.
Lavorare con un brigata di 20 o 30 cuochi è
un’esperienza importante sia dal punto di vista
professionale che personale. Si impara il lavoro di
squadra, il rispetto di tempi e regole, entrando in
contatto con culture e storie diverse. Venti
personalità, venti modi di interpretare e di pelare
la patata: una piccola magia che vive solo nelle
grandi cucine. Tante storie da raccontare proprio
come lo chef, che ogni giorno, inventa e riscrive il
menu, raccontando la sua storia, attraverso il cibo.
Un’esperienza, quella dell’hotel, che consiglio a
tutti gli aspiranti chef.
La cucina d’albergo è ancora considerata “inferiore”
a quella del ristorante?
Purtroppo sì, soprattutto in Italia. Un preconcetto
falso e duro a morire sebbene gli anni abbiano
dimostrato l’infondatezza della cosa. È una
concezione radicata nella nostra cultura, che
lentamente si sta ammorbidendo. La mia formazione
all’estero, dove questa dualità non è così evidente,
mi ha permesso di portare a Milano, a casa Bulgari,
un nuovo modello di ristorazione d’albergo.
Professione chef: perché?
Quando ho iniziato, giovanissimo, questo lavoro
rappresentava una via di fuga. Il mio paese,
Casatenovo Brianza, in provincia di Lecco, mi era
stretto e già a 10 anni sognavo di evadere. Ogni
volta che andavo alla stazione centrale, con la
fantasia, ero su uno di quei treni alla volta di
Venezia, Roma, Firenze… Volevo girare l’Italia e ho
avuto la possibilità di conoscere il mondo.
Cosa significa lavorare per una grande maison quale
Bulgari legata al fashion system e alla moda?
Essere parte di una grande famiglia che abbraccia la
stessa filosofia: semplicità, autenticità e rispetto
del cliente. È un onore, una grande responsabilità
nonché una sfida quotidiana. I nostri ospiti devono
uscire conservando la memoria del cibo, che deve
lasciare una traccia indelebile. Come la bellezza di
un gioiello, il ricordo del piatto, deve durare nel
tempo. La proposta di Bulgari è arrivata al momento
giusto: dopo 15 anni di pellegrinaggio in giro per
il mondo, con la valigia sempre in mano, sentivo il
bisogno di fermarmi per mettere in pratica e
concretizzare tutte le nozioni e le esperienze
vissute. La stessa idea di cucina, l’attenzione
maniacale al dettaglio, la passione per l’autentico
ha fatto sì che Bulgari diventasse la mia casa.
Quale cucina proponi?
Una cucina che viene dal cuore, tradizionale,
semplice, contraddistinta dalla ricerca estrema
della materia prima, della materia “di lusso” che
non è più, come una volta, il caviale o il fegato
d’oca, bensì ciò che si sottrae alla produzione
industriale. Il galletto non lo acquisto al
supermercato ma dal contadino, così come i formaggi,
la verdura, la carne...
La possibilità di avere questa libertà di scelta –
che non tutte le maison danno – è il valore aggiunto
al quale non posso rinunciare. Ed è grazie a questo
che posso fare il mio lavoro nella maniera più
onesta possibile, iniziando dalla ricerca
giornaliera di materie prime di assoluta qualità. Se
ho un buon astice, una buona aragosta, non ho
bisogno di inventare chissà quale salsa: una volta
che si conosce la giusta tecnica e il prodotto che
si ha davanti, con fantasia e abilità, il risultato
è assicurato.
Come nasce un menu?
Da tante cose: dal giardino, dai colori, dalla
stagione, dal cliente con il quale ho un dialogo
costante, dal mercato e dal rapporto fidato con i
fornitori, dal confronto con la brigata. Ma prima di
tutto ho bisogno della grande materia prima per
poterci lavorare sopra. Il mio spirito nomade e le
mie numerose esperienze lavorative mi hanno lasciato
una grande elasticità che mi consente di proporre
con semplicità menu diversi e improvvisati. Per
questo le proposte del ristorante possono variare
anche più volte nel corso della settimana. Il menu
diventa “su misura” quando il cliente si mette nelle
mie mani lasciandomi carta bianca. Ha inizio la
sfida con me stesso: istinto, entusiasmo e la giusta
dose di provocazione si mescolano dando vita alla
mia cucina. Niente mi dà maggior soddisfazione che e
improvvisare su richiesta.
Esplorazione del gusto: cosa significa? E come lo
applichi?
È un aspetto assolutamente individuale e soggettivo:
ognuno ha il suo punto di piccante, salato, acido e
non sta a me decidere quale sia il giusto. Il
“quanto basta”, il “pizzico di”, in cucina, sono gli
elementi che caratterizzano lo chef.
Dolce, salato, amaro, acido: cosa preferisci e come
si mescolano?
Li voglio tutti e quattro. Lo spaghetto al pomodoro,
ad esempio, deve avere il suo punto di dolce, di
acido, di amaro e di salato. Nessun elemento deve
mancare. La buccia di limone, infatti, mi serve
perché manca il punto di amaro che mi dà il
retrogusto del pomodoro acido. Anche il tiramisù
deve avere qualcosa di amaro che faccia da
contrasto: che sia caffè amaro, sotto forma di
salsa, di granita o liquido, è indifferente. Il
gusto deve essere completo e perché avvenga tutti e
quattro gli elementi devono raggiungere l’equilibrio
perfetto.
Nella tua cucina è più il dolce ad aver contaminato
il salato o viceversa? Esiste un punto di incontro
tra i due e in cosa si concretizza?
La pasticceria è parte integrante della cucina: ho
bisogno del pasticciere dall’antipasto al dessert.
L’elemento dolce è presente in tutti i miei piatti.
La cialda di zafferano, fatta con glucosio o
Isomalto, da mettere sul fegato d’oca, così come la
cialda di ceci che mettiamo sullo spaghetto e sulla
tagliatella e che, però, si gusta con il Parmigiano,
arrivano dalla pasticceria.
È uno scambio reciproco: mi piace vedere il menu
salato proposto dal pasticciere e viceversa. La
realizzazione dei piatti è capitanata da me in
collaborazione con la brigata. Questo è l’aspetto
che preferisco: ascoltarli, carpire idee e
suggerimenti mettendo a confronto culture e paesi
diversi.
Dessert e piccola pasticceria, nel contesto
dell’hotel – che viaggia dalla colazione al servizio
in camera – che importanza assumono?
Estrema. Il cliente si conquista con l’attenzione
per i minimi dettagli. Nelle camere cioccolatini e
piccole tortine, addolciscono il palato e il
soggiorno, mentre dessert e piccola pasticceria,
attentamente studiate, scandiscono le ore della
giornata. Anche il più semplice caffè è sempre
accompagnato da qualche biscotto uscito dalle mani
del nostro pasticciere. Il dolce è fondamentale:
chiude un pasto e deve lasciare un piacevole
ricordo.
La carta dei dolci è creata separatamente o insieme
al resto del menu?
A mezzogiorno il servizio è snello, con una carta
unica che si adegua alle esigenze del cliente che ha
poco tempo: separate, le due carte, penalizzavano il
dessert. Per la cena, invece, la carta dei dolci è
indipendente.
Quali sono i dolci che proponete maggiormente?
Difficilmente proponiamo dolci elaborati o la
fettina di torta sul piatto. La gente ricerca
leggerezza e noi giochiamo su elaborazioni semplici,
gustose e caratterizzate da accostamenti inediti
come la zuppa di pera al pistacchio con gelato alle
mandorle e biscotto all’olio di oliva. Elementi che
arrivano dalla cucina e che il pasticciere
rielabora. In questo periodo abbiamo il paciugo, un
pan di Spagna con gelatina di mango e zuppa di
cioccolato bianco e a breve cominceremo con il
clafoutis di ciliegie e con le ciliegie saltate al
rosmarino, servite con zuppa di yogurt e cioccolato
bianco. D’estate è molto gradito il cubo d’anguria:
tagliato a fettine, il frutto è servito con succo di
limone e grattata di anice stellato, con sorbetto a
parte. Anche la pesca Melba è molto apprezzata:
cotta al vapore, servita con gelato e lamponi è un
dessert leggero e goloso. A primeggiare sono, sempre
e comunque, semplicità e stagionalità.
La differenza fondamentale tra dessert da
ristorazione e dessert da pasticceria?
Il pasticciere che arriva dal laboratorio deve
intraprendere un nuovo percorso: il dessert al
piatto ha bisogno di tecnica, preparazione e
concetto diversi. Non è sufficiente disporre una
fetta di torta sul piatto, vi è un percorso che deve
essere studiato a livello estetico, organolettico e
gustativo. Ciò non significa dar vita a dolci
complessi, tutt’altro: tre ingredienti sono
sufficienti. Se ho gli attori principali non ho
bisogno di molte comparse. E lo stesso vale in
cucina.
Qual è la proposta dei dessert durante l’arco della
giornata?
A colazione accogliamo il cliente con il tiramisù
che, tra le numerose proposte, ci è sembrata la più
indicata per iniziare la giornata. Un piccolo dolce
offerto dalla casa, seguito dal cestino con 4 tipi
di croissant, plum-cake, sfogliatine di pere o di
mele (a seconda della stagione), spremute,
marmellate e carpaccio di frutta fresca. Per pranzo
il cliente sceglie sulla carta tra cinque o sei
dessert. Il pomeriggio, nella lobby davanti al
camino, sorseggia il tè scegliendo tra sei diversi
tipi di dolci dalla piccola vetrina – che ricorda la
teca di gioielli Bulgari – che variano ogni giorno:
dallo strudel alla piccola Sacher; dal tortino di
mele o di pere al crème caramel. D’estate, nel dehor
in giardino, si prediligono gelati, tagliate di
frutta e prodotti freschi, mentre la sera è di scena
la “gran carta” con altri sei dessert al piatto.
Inoltre biscotti, pasticcini e cioccolatini più
tutto quello che è riservato alle camere: i piccoli
“benvenuto” dolci o salati. Un lavoro frenetico e
costante per il nostro pasticciere, Daniele Bonzi,
che non sta mai fermo.
Provocazione: come si applica nella tua cucina?
Per me è sorpresa: una provocazione sana e
tranquilla che mi piace applicare soprattutto alle
cose più semplici. I dressing al peperoncino,
parmigiano, aceto balsamico che affianco
all’insalata, la buccia di limone che metto sul
caprino cotto al vapore sono cose che non ti
aspetti. Così come la zuppa di ceci che svela solo
al fondo lo strato sottile di mele o l’uva sultanina
di Corinto, messo a bagno nel tè verde, abbinato ad
un’insalata di carciofi e caprino che ne stempera la
rotondità del gusto ferroso. Sono sufficienti due
chicchi per cambiare il percorso gustativo. Questa è
la mia provocazione: è quel qualcosa che stupisce,
senza nascondere o modificare. È la mia fonte di
ispirazione, il mio divertimento.
E in quanto chef mi sento obbligato a essere
riflessivo, a dimostrare che ho pensato al piatto:
così allora scelgo il carciofo migliore, quello
sardo; l’olio giusto che ne esalta il sapore e non
lo copre, l’uva che se vuoi mangi oppure lasci da
una parte…
Innovazione, sperimentazione, esplorazione… fin dove
si può arrivare?
Sono favorevole all’innovazione se fatta con
coscienza e ritengo che ogni professionista sia
tenuto a conoscere le tecniche e ad essere
aggiornato. Sta poi ad ogni singolo operare in base
alla propria abilità e competenza. Quando la
tecnica, invece, supera e precede il sapore,
l’equilibrio vacilla a scapito della buona cucina.
Ho visto scuole dove si è più attenti a come si
estrae l’acqua del pomodoro, senza però conoscere le
proprietà e le varietà dell’ortaggio: realtà dove è
difficile poter parlare di purezza e prodotto.
Forse ultimamente si è andati un po’ oltre: troppe
arie, troppe spume, troppa sperimentazione ardita.
La tecnica, quella giusta, è importante, senza però
oscurare l’attore principale che è, e rimane, la
materia prima.
Di cosa non potresti mai fare a meno in cucina?
Della mia energia, della mia voglia di fare.
Se parliamo di ingredienti, invece, non può mancare
l’olio d’oliva e l’elemento acido, che sia limone o
arancio. Fantasia e sentimento, poi, mi portano
ovunque.
I clienti del Bulgari Hotel possono richiedere la
take-away bag preparata da te. In cosa consiste?
È nata per accompagnare gli ospiti durante i viaggi
o le escursioni, ideale anche per un picnic. Molti
la richiedono da portare a casa, come sostituto del
pasto in aereo, o come semplice ricordo. Le
take-away bag – proposte nei tre menu Bulgari,
Mediterraneo e Vegetariano – sono un modo di portare
via la nostra cucina in pillole: un po’ come la scia
di profumo, la bag conserva la memoria del gusto.
Il ringraziamento più grande a chi è rivolto?
A tutti coloro che ho incrociato sulla mia strada:
ognuno mi ha dato qualcosa e non mi riferisco solo
ai grandi nomi, ma anche ai ragazzi che mi seguono e
che mi hanno seguito. Di tutti conservo un
insegnamento.
Progetti futuri
Continuare a cucinare. Non so come e dove. Per ora
spero continui la mia collaborazione con Bulgari.
Monica Onnis
L’articolo, con intervista allo chef Elio Sironi del
Bulgari Hotel di Milano, a cura di Monica Onnis, è
pubblicato su “Pasticceria
Internazionale” n. 211, pag. 114.