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GELATO CALDO & GELATO ALTO
L’idea del Gelato Caldo nacque probabilmente, molti anni addietro, in forma di
divertissement con la famosa Omelette norvegienne. Una non comune sorpresa che
vedeva un gelato appena estratto dal forno, portato a tavola e dato alle fiamme.
Improvvisata di grande effetto che altro non era se non una semplice mattonella
di un buon gelato (ben congelato, oggi diremmo ben indurita), adagiata alla base
ed ricoperta in superficie con pan di Spagna a sua volta bagnato di liquore
(Grand-Marnier, rum...) ed infine interamente ricoperta e decorata con uno
strato consistente di meringa all’italiana. Al momento del servizio si disponeva
l’Omelette, sostenuta da un vassoio in ceramica o pirofila, per qualche minuto
in forno a 230°C ed alla sua estrazione, cosparsa di altro liquore
preventivamente riscaldato, data alle fiamme.
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Di gelato caldo non vi era quindi proprio nulla, mentre molto calde saranno
state quelle fiamme sprigionate dal flambé. Anche il gelato caldo dei nostri
giorni non potrebbe che confermare l’eufemismo di tanti anni addietro. Volendo
essere più pragmatici dovremmo impiegare al posto dell’aggettivo caldo il
termine meno freddo, ma... va bene anche così.
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Luca Caviezel |
Carlo Pozzi |
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Andando indietro nel tempo di parecchi decenni ricordiamo come, il gelato,
quello delle cassate gelate, dei pezzi duri..., era veramente… freddo! La sua
conservazione avveniva direttamente o indirettamente per mezzo della salamoia,
(cloruro di calcio), che raggiungeva temperature vicine ai – 25°– 30°C. Infatti
la durezza dei famosi pezzi duri non poteva che essere causata da quelle
bassissime temperature di conservazione; però, fortunatamente una presenza
considerevole di zucchero (sino al 30-33%) ne permetteva una rapido rinvenimento
e quindi una consumazione accettabile. Infatti, l’invenzione dei famosi
cucchiaini a paletta non fu un semplice caso ma una necessità. La storia ci
informa anche come già nell’Ottocento si sentiva il bisogno di rendere il
prodotto meno freddo; nacque infatti il
sorbetto spongato.
Ne scrive, per primo, in un suo testo del 1822, Vincenzo Agnoletti, credenziere
e liquorista presso S.M.I. Maria Luisa, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla,
seconda moglie di Napoleone I, specificandone la preparazione attraverso una
energica spatolazione della miscela, in fase di congelamento, previo aggiunta di
albume. Questo processo incorporava dell’aria e realizzava un prodotto più o
meno montato e soprattutto meno freddo.

Verso la metà dell’Ottocento, compare nelle pasticcerie di Parigi un dolce al
cucchiaio, servito in coppe di cristallo, il
parfait, un
preparato di particolare..ellenza, composto da schiuma di tuorlo al caffé
delicatamente incorporata a panna montata zuccherata. Il gelatiere francese
trasforma poi questo prodotto in
parfait glacé
rispettando la delicatezza di quello d’origine. Furono questi i primi tentativi
di adottare certi tipici prodotti di pasticceria (il parfait, la pate-à-bombe,
la mousse, il soufflé) anche in gelateria. A questo tipico prodotto francese
venne affiancato in Italia il
semifreddo all’italiana
che ha come elemento
principale la crema pasticcera. Anche da noi, quindi, si ebbe l’ adozione di
certi tipici prodotti da pasticceria in gelateria come, ad esempio la
cassata gelata
proveniente dalla cassata di ricotta. Oggi, il nostro artigiano gelatiere
prepara i vari tipi di semifreddi adottando sia l’uno che l’altro sistema
produttivo. In ogni modo si tratta di un prodotto a cavallo tra la pasticceria e
la gelateria, ben montato, molto leggero, da conservare e da consumare a
temperature negative. Vi è chi lo conserva e lo serve alle solite temperature
del gelato (a circa –15°C) , vi è chi, per servirlo più morbido, lo tratta a
temperature meno rigide ma comunque, negative, attorno ai -5°C.
Il
semifreddo anche da cono
Verso gli anni Novanta (del secolo appena trascorso) il desiderio di arricchire
l’offerta e di ampliare nuovi spazi al semifreddo, portò al tentativo di
proporlo in vaschetta per la vendita d’impulso. Precisiamo che il semifreddo
aveva già una sua collocazione in gelateria tra i prodotti d’asporto: torte
semifredde in genere, anche accoppiate a gelato tipo bombe o cassata gelata,
monoporzioni... Alcune aziende produttrici proposero delle basi per quello che
venne chiamato
gelato caldo d’inverno
sperando che diventasse di moda; purtroppo non ebbe quel successo sperato perché
non sufficientemente curato nella presentazione, nel servizio, nella
conservazione e nel confezionamento. Furono all’inizio una serie di
disattenzioni che ne fecero naufragare questo primo ambizioso progetto. Nacque
poi un secondo tentativo proposto nel 1996 con le doppie vaschette basse 8 cm e
larghe 25 per il semifreddo a livello di bordo vaschetta e con decorazioni
tipiche da pasticceria. Per quanto interessava la vendita d’impulso si suggeriva
anche il confezionamento dei coni nelle grandi cialde arrotolate. Questa
alternativa al gelato in cono ebbe anche diversi nomi:
gelato semifreddo , gelato d’inverno, semifreddo da cono, semifreddo da
vaschetta. Si
aggiunsero così altre proposte interessanti, alcune delle quali anche con
preparati rispettosi della tradizione del classico semifreddo (panna, meringa
all’italiana...). La presentazione in vetrina era sobria, da pasticceria,
invitante; purtroppo anche questo tentativo non ebbe l’auspicato successo e non
siamo in grado di darne una spiegazione attendibile (la qualità del prodotto,
l’insufficiente o carente informazione alla clientela, i tempi non maturi?).
Il
semifreddo ed il gelato caldo
Il
classico semifreddo (parfait glacé, soufflé glacé, mousse glacé...)
discendente dalla prestigiosa pasticceria francese esprime qualità di pregio; è
nota la sua preparazione con prodotti nobili: tuorli, panna fresca, zuccheri,
insaporenti ricercati, assoluta esclusione di additivi stabilizzanti al di fuori
della gelatina. Non possiamo quindi non evidenziare l’alta qualità del preparato
che faceva scrivere ad August Escoffier: “se ben fatto e ben presentato, esprime
l’ideale delle più fini squisitezze”.
Un prodotto nobile,
ideato da grandi chef, pasticcieri e gelatieri del passato che abbiamo
difficoltà a confrontare, anzi, che non ci sembra nemmeno dignitoso mettere a
confronto con certi elaborati presentai oggi come gelato caldo e che altro non
sono che dei composti di zuccheri, amidi, fibre, proteine concentrate e/o
isolate di latte, grassi vegetali, di additivi addensanti, gelificanti,
emulsionanti e stabilizzanti, montati al massimo del loro volume.
Il
gelato caldo ultima generazione,
volendo imitare il classico semifreddo, si impone da oltre una decina d’anni, in
un continuo crescendo, meno per la sua qualità (credendo che abbia quasi tutto
da invidiare al suo predecessore), quanto soprattutto per la sua presentazione
fuori dal comune e soprattutto molto discussa:
il
gelato caldo a montagna,
riccamente decorato con il prevalente scopo di mettersi in mostra e di fare
spettacolo. Inizialmente sia il gelatiere che il consumatore ne rimasero
imbarazzati arrivando a rifiutarlo, anche perché il confuso fai da te di molti
colleghi professionalmente impreparati, si rivelò insufficiente a gestire la
fragilità di questo nuovo prodotto montato che doveva sopportare una costruzione
in contrasto con la sua stessa natura.
Altri colleghi,
certamente più avveduti, si rivolsero alle aziende produttrici di semilavorati
che ridimensionando la composizione assicurarono la necessaria stabilità del
prodotto con risultati migliori.
Va precisato che questo
gelato caldo
ultima generazione
nulla ha da vedere con il classico semifreddo
menzionato più sopra in quanto non conosce, nella sua definitiva composizione,
né gli ingredienti nobili, né nasce nella bottega artigiana. La sua
particolarità non risiede nella sua composizione merceologica, ma nella sua
presentazione in vetrina a montagna.
Purtroppo, nel nome dell’apparenza, deve sopportare inadeguate condizioni
costruttive in netto contrasto con la sua naturale fragilità. La sua struttura
ha dovuto subire, infatti, artificiose modifiche compositive per assicurarsi la
necessaria stabilità a discapito, a nostro avviso, della qualità.
Nel contempo si
presentò anche la necessità di
adeguare le vetrine d’esposizione alle nuove esigenze
del gelato a montagna in maniera da garantirgli un’adeguata conservazione.
Bisognava equipaggiarle in modo che l’aria di raffreddamento potesse essere
sufficiente da raggiungere le cime delle montagne. L’inconveniente venne
accomodato e risolto: il primo passo fu quello di abbassare il piano d’appoggio
delle vaschette affinché l’aria fredda potesse raggiungere facilmente la parte
più alta del prodotto in esposizione; così pure vennero allargate le feritoie
del grigliato in modo da permettere un maggiore flusso di aria fredda.
Immaginiamo che anche la forza, la pressione dell’aria sia stata incrementata
affinché il coefficiente di penetrazione del freddo raggiungesse in maniera più
mirata un prodotto peraltro con un non indifferente incorpora d’aria.
Siamo certi che
Escoffier si rigirerebbe nella tomba se avesse l’opportunità di conoscere questo
ibrido preparato realizzato meno per soddisfare la sensibilità del palato,
quanto per gratificare semplicemente la voglia dell’apparire, del fare
spettacolo come che sia.
Sembra che malgrado le strane acrobazie pasticciate e di dubbio gusto destinate
a fare spettacolo (con qualche rara eccezione), questo semifreddo gelato caldo
sia diventato una mania e sembra ottenere anche un qualche favore soprattutto
dai giovani e dal consumatore definito medio-basso. Vi è però anche chi sostiene
essere la sua parabole in continua caduta. Noi ce lo auguriamo non foss’altro
perché, a prescindere dalla qualità del prodotto (seppure soggettiva e molto
diversa tra una gelateria e l’altra) non solo non regge il paragone con il
classico semifreddo (francese o all’italiana) ma anche la presentazione non
rispetta per nulla lo stile della pasticceria, dalla quale, in qualità di
semifreddo, discende. Tutto sommato si tratta di una pessima variazione di un
prodotto proveniente dalla pasticceria. Un vero pasticciere italiano non
presenterebbe mai un qualsiasi suo prodotto mancante di quella particolare
sobrietà all’italiana che è nella sua natura.
Comprendiamo che se il mercato richiede oggi, ad ogni pié sospinto, l’intervento
e la presenza dello spettacolo, bisognerà forse, a determinate condizioni,
conviverci facendo buon viso a cattivo gioco. Che anche il gelato a montagna sia
da considerarsi una versione dell’innovazione? Sarebbe comunque utile, a volte,
poterne discuterne e capire certe opinioni, pur non condivise. Ma sarà
altrettanto necessario porre dei limiti sino al punto in cui non si vada a
sconvolgere la qualità del prodotto e a deformare l’immagine della consolidata
artigianalità italiana. Temiamo che ancora troppo pochi colleghi si siano posti
attivamente l’obiettivo dell’alta qualità.
La
ricerca dell’eccellenza della produzione e della gestione aziendale è un
obiettivo che richiede soprattutto grande amore nei confronti della professione
con tutta la catena di impegni a largo raggio.
Il
gelato caldo ed il gelato alto
La mania del gelato caldo ha determinato un problema estremamente grave che
rischia di estendersi e che, se non si riuscirà a contrastare e a fermare, potrà
mettere in forse il buon nome del gelato artigianale italiano. La presentazione
a montagna del gelato caldo (quindi del semifreddo) ha sortito una corsa di
emulazione sfociando nel tradizionale nostro gelato; abbiamo così un buon numero
di gelaterie in cui il gelato artigianale italiano viene trattato nel peggiore
dei modi, in evidente contrasto con tutti i postulati che ne regolano la buona
conservazione.
Alcuni colleghi si
sono premurati di dotarsi di speciali vetrine costruite in modo che il flusso
dell’aria fredda sia in grado di raggiungere le cime del gelato esposto a
montagne, altri si destreggiano con le abituali vetrine in uno stato di continua
precarietà. Ma se queste attenzioni rappresentano degli aspetti importanti di
questa innovazione rivoluzionaria, vi sono parecchi altri aspetti di non minore
rilievo ai quali forse non tutti i colleghi hanno posto la necessaria
attenzione. Dobbiamo credere che ben pochi avranno considerato nei loro giusti
valori le
specifiche caratteristiche del gelato artigianale e soprattutto la labilità
termica, la particolare fragilità della struttura, il visibile invecchiamento e
la perdita della freschezza a cui il gelato sarebbe andato incontro. In realtà
ben pochi hanno ritenuto opportuno di intervenire sul ridimensionamento
compositivo delle ricette.
Si determinò infatti, ed era prevedibile, una consistente instabilità dei
prodotti e di conseguenza uno scadimento qualitativo. Anche l’aspetto visivo di
quelle montagne di gelato era deludente, a motivo degli evidenti difetti di
struttura a loro volta dovuti alla mancanza degli indispensabili supporti in
grado di dare consistenza a quelle strane acrobazie, per le quali il normale
gelato non era nato. La maggioranza dei colleghi non aveva sufficiente
dimestichezza con la determinante azione degli stabilizzanti in genere e si
rivolsero convenientemente alle aziende fornitrici rimettendo in sesto (è il
caso di dirlo) una formulazione che corrispondeva alle nuove esigenze della
presentazione del prodotto. Non ci è dato sapere quale sia stato il
ribilanciamento delle ricette; riteniamo che si sia trattato anzitutto di una
netta riduzione della percentuale degli zuccheri insieme ad una revisione del
loro blend, di un innalzamento della percentuale dei grassi (per caso vegetali,
ci auguriamo non idrogenati), di una possibile aggiunta di fibre e soprattutto
di una nuova messa a punto della miscela di stabilizzanti in genere
(idrocolloidi ed emulsionanti).
Questo è quanto avremmo consigliato noi, ma non escludiamo
che ulteriori interventi, anche più mirati, siano stati realmente apportati.
Oggi esistono sul nostro mercato semilavorati studiati per la realizzazione di
miscele specifiche adatte alla produzione del gelato alto.
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“Il legno si crede diventato preziosa gemma
appena lo si indora un poco”
F. Grillparzer |
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“Il progresso è lo sforzo di ritornare
all’eccellenza antica”
Hermann Hesse |
Ci piace fare qualche riflessione
Interesserebbe
sapere, molto lealmente, dai colleghi contagiati dalla moda di questo tipo di
presentazione a montagna,
se
questa scelta sia realmente valsa la pena:
la fatica, le nuove spese (vetrina, nuove vaschette), se vi sia stato un reale
miglioramento qualitativo del prodotto ed anche un adeguato vantaggio economico.
Non abbiamo avuto l’opportunità di assaggiarne e di valutare un sufficiente
numero di campioni per acquisire un parere oggettivo, cosicché il nostro
giudizio dovrà considerasi solo parziale.
Siamo comunque rimasti quanto meno perplessi.
Ci saranno capitati, sfortunatamente, dei campioni meno riusciti, ma, e lo
diciamo con tutta imparzialità, il confronto con quelli preparati da colleghi di
normale buon livello (non quelli del livello Coppa del Mondo ma nemmeno di
quelli di ordine opposto) non reggeva per niente.
Temiamo e siamo
seriamente preoccupati che si stia per commettere una grave scorrettezza,
un’offesa nei confronti di un prodotto che ha portato e porta oggi ancora il
nome del nostro Paese e del suo artigianato nel mondo.
Questo per la voglia di spettacolarizzare o per avidità di guadagno? Non
sappiamo, e la cosa ci interessa solo in parte, se gli utili siano poi veramente
maggiori. Restiamo sempre più convinti che
solo la qualità, quella vera, quella della eccellenza, possa vincere su
qualsiasi iniziativa pubblicitaria spettacolare o qualsiasi attrattiva
folcloristica.
Potranno sorgere
iniziative di..ezionali richiamo da interessare il consumatore, ma se non
saranno supportati dalla qualità del prodotto, saranno, prima o poi, destinate a
rientrare. Il grande Escoffier ricordava che “... essendo l’Italia
la culla delle arti in genere, bisogna considerarla anche quale culla dell’arte
del gelato”.
Ci domandiamo se, nelle attuali condizioni, Escoffier esprimerebbe lo stesso
giudizio.
Abbiamo saputo, da
sempre, della
grande fragilità della struttura del gelato
e, da sempre, siamo stati convinti essere compito del gelatiere e del
costruttore di macchine da gelato, il dovere di salvaguardare e conservare, nel
rispetto della stessa natura del prodotto, le sue peculiari caratteristiche sino
al momento del consumo.
Se
per ottenere questo risultato si è costretti ad inserirvi delle protesi di
sostegno, noi non ci stiamo proprio.
Avremmo sempre un prodotto instabile, malfermo, sciancato. Noi non ci reputiamo
dei conservatori, ma non intendiamo nemmeno farci trascinare dalla moda o
dall’innovazione come che sia.
Qual è quel
gelatiere che, nel comunicare con la clientela, non mette in evidenza la
genuinità, la freschezza, la bontà delle materie prime impiegate, e poi, pur di
mettersi in mostra e di soddisfare le più straordinarie costruzioni dei prodotti
in vetrina, accetta e non si fa scrupolo di impiegare qualsiasi additivo
necessario allo scopo. Ma se notiamo una sempre maggiore tendenza verso un
ridimensionamento degli additivi in genere, tendenza peraltro assecondata anche
dalle aziende di semilavorati, dobbiamo a tutti i costi scopiazzare quanto
alcuni colleghi hanno messo in campo semplicemente per dare spettacolo?
Ci domandiamo anche se un prodotto, per essere richiesto e ben venduto,
abbia bisogno di tanto spettacolo
o se, per caso, non vi siano altri motivi
bisognosi a nascondere qualche problema?
Forse proprio la mediocre qualità?
Se per vendere un
mantecatore o un armadio frigorifero è necessario presentarli in compagnia di
una giovane donna nuda, allora lasciamo al lettore le proprie considerazioni.
Due squadre italiane hanno vinto per due volte il
Campionato del Mondo della Gelateria,
abbiamo il maggior numero di scuole e di istituti di formazione professionale,
contiamo nel nostro Paese un considerevole numero di gelatieri di alto livello.
A
questi nostri colleghi non verrebbe mai in mente di cambiare le loro
formulazioni
realizzate attraverso tanto studio, molta applicazione, tante prove e riprove,
attività espressa con perseveranza e tanto amore alla ricerca della più alta
qualità, di esporre il loro prodotto in condizioni non in grado di offrire le
migliori garanzie per la migliore conservazione.
Ci piace evidenziare
come in occasione della recente Coppa del Mondo della Gelateria a Rimini le
vaschette con i gelati in concorso vennero presentati da tutti i partecipanti
(con esclusione dell’Iran) con la superficie assolutamente piatta e liscia e con
qualche leggera ed elegante decorazione.
Un
semplice caso oppure riflessioni e considerazioni di professionisti di alto
profilo?
Dobbiamo a questo punto esternare la nostra profonda preoccupazione in quanto la
sfrenata voglia di apparire e di fare spettacolo rischia di sfociare
nell’abbandono della qualità del gelato artigianale italiano. Riprendiamo e
concordiamo per intero su quanto ebbe a scrivere il dott.
Arnaldo Minetti
su “Gelato Artigianale”:
“Se dietro questa ricerca dell’apparire si cela l’abbandono della ricerca della
qualità, e se si pensa di risolvere i problemi della qualificazione con questi
superficiali trasformismi di facciata, sicuramente il disaccordo è totale.
E se si vuole coltivare l’eccesso, se si vuole stare sopra le righe come nelle
“sparate sgarbiane” e nella TV-spazzatura, esagerando sia nell’altezza che nella
decorazione, allora è bene ricordare che in ogni caso
non siamo al lunapark, ma in una gelateria”.
Il
gelato alto, una scelta studiata o una reazione?
Ci riesce difficile comprendere come questa moda del gelato alto abbia potuto
fare breccia anche presso parecchi colleghi. Soprattutto ci sembra strano che il
professionista italiano, per attirare l’attenzione del consumatore,
abbia voluto affidarsi ad un tale spettacolo, pur essendo consapevole di una
seppure parziale caduta di qualità.
Non riusciamo ad
immaginare un professionista che, consapevole della qualità e dei valori della
propria produzione – ottenuti attraverso lunghe prove e riprove costate tempo,
perseveranza e tanta pazienza –, possa mai sostituirla o modificarla per seguire
un’effimera corrente di moda che,
come tutte le mode, prima o poi potrà anche esaurirsi.
Noi ce lo auguriamo semplicemente per il rispetto che abbiamo verso
la peculiare
natura del gelato italiano,
la cui fragile struttura ne impedisce l’uso quale materiale per costruzioni a
montagna. Immaginiamo, ad esempio, un sorbetto alcolico, ma anche un semplice
gelato di zabaione, di Malaga esposto a montagna in vetrina alle correnti
temperature di esercizio...
Che sia stata forse
l’avidità di un rapido e migliore guadagno a convincere e ad agevolare questo
salto di qualità alla rovescia
oppure mero seguire la massa senza porsi domande?
Siamo maggiormente
perplessi nell’apprendere come questa speciale tecnica di presentazione sia
dimostrata ed insegnata
anche in occasione di corsi di aggiornamento professionale.
Che ai nostri colleghi formatori valgano così tanto le correnti di moda per
emergere e per farsi notare emuli del progresso?
Hermann Hesse
ebbe a ricordare che
il
progresso è lo sforzo di ritornare all’eccellenza antica.
E non ci si venga a raccontare che questo gelato a montagna abbia raggiunto un
livello del non plus ultra.
Non escludiamo che i nostri giudizi, espressi anche con
qualche spigolosità ed a volte con toni provocatori, siano condivisi da tutti i
colleghi, cosicché ci sembra opportuno corredare queste considerazioni con
alcuni appunti di carattere più tecnico.
1)Modifiche
delle ricette
Sembra incredibile che i primi tentativi di presentare il gelato a montagna
vennero
realizzati con il normale gelato disponibile,
senza tenere conto che una qualche modifica alle ricette dovesse pur essere
compiuta a sostegno della struttura. L’aspetto visivo di quelle montagne di
gelati era, in effetti, deludente e confermava l’incompetenza di certi operatori
che non avremmo mai immaginato né mai voluto vedere.
Ci sarebbe invece piaciuto potere affermare come certe
problematiche fossero ormai già nel DNA del gelatiere: la labilità termica del
gelato, la fragilità della sua struttura, la caratteristica compositiva come
frutto di equilibri molto delicati tra gli ingredienti, la qualità delle materie
prime come primaria condizione per l’ottenimento di prodotti d’eccellenza.
Purtroppo ci siamo dovuto ricredere.
Era quindi evidente che le ricette di tutti questi gelati dovessero subire
sostanziali modifiche al fine di assicurare quei necessari sostegni atti a
sostenere le costruzioni anche più ardite e supportare le strane acrobazie per
le quali non erano stati concepiti; questi aggiornamenti avvennero
fortunatamente con l’aiuto delle aziende di settore.
Nutriamo tuttavia forti dubbi circa un significativo contributo qualitativo che
le indispensabili e sostanziali modifiche compositive apportate alle
formulazioni delle ricette abbiano dato a quelle esistenti, a meno che queste
non fossero in partenza già difettose o di mediocre qualità.
La
messa a punto delle ricette è per il gelatiere sempre frutto di continue prove e
riprove, di
ricerca di nuove materie prime, di nuovi aromi e combinazioni di aromi, di nuove
attenzioni nei processi produttivi. Una volta raggiunto l’optimum in grado di
soddisfare anche le aspettative della clientela e le esigenze dell’azienda,
difficilmente tutti questi dettagli saranno cambiati. Peraltro, come insegnava
Michelangelo, sono proprio questi dettagli che distinguono l’arte.
2) L’aria nel gelato: un ingrediente indispensabile del
gelato
L’aria sopra il gelato: un veicolo del freddo per la conservazione
Se abbiamo da sempre considerato
l’aria nel gelato un vero e proprio ingrediente
di grande utilità (conferisce morbidezza, preserva dai guasti provocati dagli
sbalzi termici, ritarda la fusione...), è altrettanto vero che abbiamo
considerato
l’aria
sul gelato,
soprattutto se in forma dinamica, come
un
inconveniente imposto dalle esigenze del mercato. L’aria che soffia sul gelato è
sostanzialmente un male; se fosse possibile evitarla, il gelato ne
guadagnerebbe.
Ricordiamo, il buon
gelato conservato nelle carapine da 5 litri, sempre ben coperto e ben curate,
quindi lontano dalle ventole d’aria fredda. Non intendiamo fare l’apologia del
pozzetto, anche se oggi c’è un ritorno a questo vecchio sistema, ma non possiamo
non ricordare come nelle vetrine a freddo statico, oggi quasi del tutto
scomparse, il gelato si conserva in migliori condizioni di stabilità, morbidezza
e spatolabilità.
|
Possibili conseguenze provocate dall’aria fredda
che soffia sulla superficie del gelato esposto in vetrina:
•
una sensibilità alla disidratazione e quindi ad
un asciugamento del prodotto con probabile perdita di volume;
•
una possibile ri-cristallizzazione del lattosio e
del saccarosio in superficie;
•
un visibile invecchiamento con perdita di
freschezza
•
una potenziale sublimazione con conseguenze sopra
specificate;
•
la possibilità di ossidazione, irrancidimento dei
grassi ed eventuali altri deterioramenti;
•
delle alterazioni cromatiche ossidative dovute
alla azione dell’O2;
•
un adsorbimento sui grassi di cattivi odori e/o
sapori presenti nell’aria degli ambienti;
•
l’apporto di aria esterna inquinata da
microrganismi.
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È
evidente che più è ampia la superficie del gelato esposto, maggiori saranno le
conseguenze negative alle quali il prodotto rimane esposto. Un confronto tra la
superficie di un gelato esposto normalmente nelle vaschette tradizionali e
quella del gelato alto nelle attuali vaschette basse indica una maggiore
estensione in quest’ultima e quindi un maggiore rischio per il gelato alto.
Qualche collega che si è dato alla nuova moda del gelato a montagna ci ha
assicurato che se tutti i parametri prescritti relativi alle formulazioni delle
ricette ed alla conservazione sono rispettati, non ci sono problemi. Avremmo
voluto avere chiarimenti a proposito di quei parametri, sapere, ad esempio, se
vi era d’obbligo anche la vetrina costruita ad hoc, ma non siamo andati oltre.
Abbiamo cercato invece di inventarci certi parametri immaginandoli nel seguente
modo: riduzione degli zuccheri non oltre il 14%, con maggiore attenzione verso
gli zuccheri riducenti, preferenza verso gli sciroppi di glucosio disidratati e
maltodestrine a basso DE, riguardo per le fibre solubili, aumento dei grassi con
preferenza per quelli vegetali, additivi stabilizzanti di particolare scelta ed
efficacia. Crediamo di non essere lontani dalla realtà ed allora ci domandiamo:
com’è possibile sostenere che la qualità del prodotto non venga influenzato da
tali manipolazioni? Oggi, tanti gelatieri che, legati alla qualità della loro
produzione vogliono offrire prodotti possibilmente esenti da additivi in genere,
che vogliono potere scrivere etichette libere da tante “E” numerate, si guardano
bene dal seguire una moda che, lo ripetiamo, è in netto contrasto con i più
elementari postulati che regolano una buona conservazione del tradizionale
gelato.
Nel nome dello spettacolo a tutti i costi vogliamo proprio sacrificare
uno dei più meravigliosi prodotti ed un vero gioiello del Made in Italy?
Chi di noi non conosce il problema del collasso del gelato non appena la
temperatura del conservatore (o della vetrina d’esposizione) si modifica anche
di pochi gradi? È noto che nelle normali nostre vaschette si riesce a
distinguere, in verticale, dalla base alla superficie, fino a tre diverse
temperature. Ci domandiamo quante varietà di temperature si potranno riscontrare
in un gelato a montagna. È quindi prevedibile che, nel blocco a montagna le
differenze di temperature dovute anche alle sempre più variabili forme del pezzo
in esposizione comporteranno nelle varie zone effetti diversificati sia di
consistenza che di stabilità.
Il gelato esposto sarà in diversi punti più
morbido, più duro, più spatolabile, più compatto.
Abbiamo più volte affrontato dei temi delicati che interessano l’essere ed il
futuro del nostro mestiere. Lo abbiamo fatto con la consapevolezza di esprimere
opinioni del tutto personali ed, a volte, in contrasto con quelle di colleghi
e/o di istituzioni della filiera del mondo del gelato. In certi momenti abbiamo
forse usato espressioni provocatorie,ma siamo certi che il nostro lettore ne
ricavi soprattutto lo spirito di tali argomenti. Di certo non lo abbiamo fatto
per protagonismi come qualcuno ha voluto insinuare; purtroppo l’invidia o
semplicemente la stupidità esprimono, a volte, solo sentimenti di miseria umana.
La verità è che, avendo vissuto intensamente il nostro mestiere, malgrado gli
anni che ci battono sulle spalle, non intendiamo abdicare e lasciare il campo.
Non sappiamo giocare a bocce.
Luca Caviezel
Carlo Pozzi
Foto Sigep-Rimini Fiera
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